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domenica 30 ottobre 2011

REGGIO CALABRIA. La Biennale accende la curiosità di giovani studenti

REGGIO CALABRIA. Il disagio dell’Io è il tema al centro della mostra della Biennale “Lo stato dell’arte-Calabria”, approdata a Villa Zerbi. Oltre 60 gli artisti calabresi a dare il loro apporto alla modernità con il manifesto della frantumazione dell’Io e la rappresentazione della mancanza di centri di gravità. Farfalle svolazzanti su volti tatuati, altalene-gabbie dell’infanzia alle spalle, gigantesche mappe astronomiche decentrate e confuse tra luci nuove, dove l’unico pianeta a “saltare” fuori dalla tela è un meteorite sconosciuto; corpi senza volto brancolanti sulle pareti, trapassati da fili spinati e inchiodati a resti di barconi: sono i profughi lampedusani. I ragazzi della nuova generazione – provenienti dagli Istituti Superiori “Araniti” e “Corrado Alvaro” -, troppo spesso etichettati come apatici e disinteressati, quei ragazzi “difficili”, descritti come privi di valori e punti fermi, hanno mostrato di sapersi emozionare, di profondere sensibilità, senso civico, attenzione e purezza, vedendosi rappresentati nei frantumi di specchi rotti a terra e riflettenti soli malati, vedendo descritta la loro storia sui pannelli di un’ultima cena immortalata con dodici maschere manga quadrangolari attorno a una croce a colori vivacemente accecanti, dove è impossibile riconoscere “Giuda”, perché, in un mondo barcollante, traditori e traditi vivono in simbiosi. Stelle adagiate a terra, formicai di un nero invadente a rappresentare le coscienze perse, poesie, ologrammi, fotografie dello stesso volto per simboleggiare l’autoanalisi che porta alla più assoluta cecità. E poi il boato. Come in un piccolo miracolo quotidiano, l’attenzione delle scolaresche si magnetizza sulla tela “estroflessa” di Maurizio Cariati, Io ho visto la luce. E’ la gigantografia di un volto che vince la barriera bidimensionale e vuole uscire dalla tela, con il naso deformato già al di là del quadro ma gli occhi sbarrati ancora imprigionati dalla finzione artistica; un volto che vuole scappare e implora aiuto ai giovani spettatori sgranando le palpebre profeticamente in una promessa di verità: da un lato i ragazzi, inerti, fragili; dall’altro l’opera d’arte, che li chiama in aiuto e pretende un mutuo scambio nella confidenza segreta di cosa sia la luce. L’intensità emotiva dei giovani spettatori tocca le stelle quando un sacro silenzio pervade per qualche minuto la stanza del Palazzo gotico. E rinasce viva la certezza – oramai dai più cestinata - che la Cultura sia una risposta. Può essere una cura, può essere uno stimolo, può essere un fiammifero che accende la voce della coscienza, per imparare a conoscersi meglio e a non perdersi nel buio di contesti sociali a volte pericolosamente fuorvianti.
Serena Cara
docente di Lettere

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