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venerdì 15 aprile 2011

REGGIO CALABRIA. Il quarto arrestato piazzò gli ordigni ai magistrati

REGGIO CALABRIA. E' un trentenne reggino il quarto arrestato nell'operazione condotta dalla squadra mobile e dai carabinieri contro mandanti ed esecutori degli attentati e delle intimidazioni dello scorso anno a magistrati reggini. Si tratta di Vincenzo Puntorieri (nella foto), 29 anni, dipendente di una rivendita di ciclomotori, l'unico che era libero, considerato legato a Antonio Cortese. Secondo l'accusa furono proprio Puntorieri e Cortese a piazzare materialmente l'ordigno esploso il 3 gennaio davanti alla Procura generale reggina, e quello del 26 agosto contro l'abitazione del procuratore generale Salvatore Di Landro. E' legata ad una reazione della cosca Lo Giudice dopo l'arresto di Luciano Lo Giudice, uno dei capi del gruppo criminale, la serie di intimidazioni compiute in città contro il Procuratore generale, Salvatore Di Landro, ed il Procuratore della Repubblica, Giuseppe Pignatone. Luciano Lo Giudice fu arrestato nell'ottobre del 2009 con l'accusa di usura. A Luciano Lo Giudice furono anche sequestrati beni per 15 milioni di euro. Nel processo Lo Giudice è stato poi condannato a sei anni di reclusione. Dopo l'arresto, secondo quanto ha riferito il boss pentito Nino Lo Giudice, fratello di Luciano, la cosca si sarebbe attivata per fare ottenere al boss benefici attraverso pressioni sui magistrati che potevano svolgere, in questo senso, un ruolo. Dopo gli attentati, secondo gli inquirenti, i Lo Giudice, vedendo di non ottenere gli effetti sperati, passarono alla strategia delle intimidazioni. In questo caso fu preso di mira l'ufficio che materialmente conduceva le indagini, cioè la Direzione distrettuale antimafia. Da qui il bazooka fatto ritrovare davanti la sede della Procura, preceduto da una telefonata al 113 con minacce al procuratore Pignatone. Su questa parte delle deposizioni di Lo Giudice, i magistrati catanzaresi stanno facendo ulteriori verifiche perchè, in particolare, non si esclude che alla fine di tutta questa strategia intimidatoria l'obiettivo vero potessero essere i vertici della Procura antimafia reggina, che sono i titolari veri delle indagini sulle cosche. In tal senso il ritrovamento del bazooka era un segnale chiarissimo.«Antonino e Luciano Lo Giudice nel loro tentativo di contattare due personalità istituzionali con l'obiettivo di salvaguardare i loro interessi criminali, hanno sempre trovato porte chiuse», ha sostenuto il procuratore capo di Catanzaro, Vincenzo Antonio Lombardo, titolare delle indagini sugli attentanti. Le personalità cui ha fatto riferimento il procuratore Lombardo, sono il sostituto procuratore nazionale antimafia Alberto Cisterna ed il sostituto procuratore generale di Reggio Calabria, Vincenzo Mollace. I due magistrati, il primo in servizio alla Procura nazionale antimafia, e il secondo alla Procura generale, non sono indagati. «Probabilmente - ha detto Vincenzo Lombardo - i Lo Giudice avevano male interpretato la natura di alcuni rapporti pregressi agli attentati con i due magistrati». Le indagini sulla cosca Lo Giudice avevano, tra l'altro, portato all'arresto nell'autunno scorso del proprietario di un piccolo cantiere navale, Teodoro Spanò, presso cui alcuni magistrati per un certo periodo di tempo, negli anni scorsi, avevano custodito le loro due piccole imbarcazioni. «La questione vera - ha detto ancora il procuratore capo della Repubblica di Catanzaro - è che Antonino e Luciano Lo Giudice, dopo alcuni provvedimenti di sequestro e confisca dei beni da parte della magistratura reggina per un controvalore di circa dieci milioni di euro, avevano avviato una sorta di vendetta contro i magistrati e le forze dell'ordine che loro ritenevano responsabili di questi provvedimenti di prevenzione». «Ringrazio il procuratore Vincenzo Lombardo perchè so che in sede di conferenza stampa è stato chiarissimo nel riferire che ogni tentativo da parte del detenuto Luciano Lo Giudice di contattare due magistrati, uno dei quali sono io, ha trovato “porte chiuse”.- ha detto il procuratore nazionale aggiunto antimafia, Alberto Cisterna - Il procuratore Lombardo - ha aggiunto - non poteva dire che le missive trasmesse al mio ufficio con le quali il detenuto proclamava la sua assoluta innocenza dal reato di usura non aggravata dalla mafia che lo vedeva detenuto hanno dato luogo a regolari procedure di protocollo e sono state trasmesse come di competenza al Procuratore nazionale. Con l'aggiunta che io ho personalmente e immediatamente richiesto che un magistrato della Dna fosse delegato ad effettuare un colloquio investigativo con il Lo Giudice per verificare se intendesse collaborare con la giustizia. Tutto il materiale - ha concluso Cisterna - è stato messo a disposizione del procuratore di Reggio, Pignatone, parecchi mesi orsono». Nel corso della conferenza stampa fatta da magistrati ed investigatori è stata ricostruita interamente tutta la vicenda che ha portato ai due attentati dinamitardi contro il procuratore generale di Di Landro, al ritrovamento del bazooka davanti la Dda ed al fallito attentato dinamitardo contro il bar Villa Arangea, di proprietà di Antonino Nicolò, legato alla cosca Serraino ed in contrasto con i Lo Giudice per questioni legate ad alcuni prestiti che gli stessi Lo Giudice, a loro dire, avrebbero fatto al titolare del locale. «Abbiamo anche accertato - ha affermato il procuratore Lombardo - il tipo di esplosivo utilizzato: nel caso del 3 gennaio 2010, agli uffici di Procura, Antonio Cortese e Vincenzo Puntorieri confezionarono l'ordigno con polvere nera. Successivamente, con un'Honda SH300, come peraltro confermano le telecamere, si portarono dinanzi al portone d'ingresso degli uffici della Procura generale dove depositarono la bomba provocandone l'esplosione. Per l'attentato all'abitazione del procuratore generale Di Landro fu invece usato il primex, un esplosivo da cava normalmente usato nei lavori autostradali in corso nel tratto tra Palmi e Reggio. Per l'attentato fallito al bar Villa Arangea, Cortese e Lo Giudice fecero ricorso a due etti di tritolo». Alla conferenza stampa hanno preso parte il comandante provinciale dei carabinieri Pasquale Angelosanto, il questore Carmelo Casabona, il dirigente della Squadra mobile Renato Cortese, il comandante del Reparto operativo, Carlo Pieroni e il dirigente della Sezione criminalità organizzata Luigi Silipo.

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