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sabato 16 aprile 2011

MILANO. Arrestate la madre e la sorella della collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce

MILANO. Nella serata di ieri, i carabinieri del Comando provinciale di Reggio Calabria e quelli di Milano hanno arrestato la madre e la sorella della collaboratrice di giustizia Giuseppina Pesce, dando esecuzione ad un’ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal gip presso il Tribunale di Reggio Calabria, Vincenzo Pedone, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia reggina. Le accuse formulate a carico di Angela Ferraro, 48 anni e Marina Pesce, 28 anni,sono: di avere preso parte, nell’ambito della associazione di tipo mafioso denominata 'ndrangheta, operante sul territorio della provincia di Reggio Calabria, del territorio nazionale ed estero costituita da molte decine di "locali", articolate in tre mandamenti e con organo di vertice denominato "Provincia", alla cosca Pesce, operante in Rosarno, zone limitrofe e Milano, a sua volta inserita nel territorio compreso nella fascia tirrenica della provincia reggina, che attraverso la forza intimidatrice tipica dei sodalizi mafiosi controlla le attività economiche, attraverso la gestione di interi settori imprenditoriali e commerciali. Le due donne sono, inoltre, accusate del reato di estorsione e di una serie di intestazioni fittizie di beni. Il provvedimento coercitivo trae fondamento, prevalentemente, dalle dichiarazioni accusatorie rese ai magistrati della Dda di Reggio Calabria da Giuseppina Pesce, figlia di Angela Ferraro e sorella di Marina Pesce, il cui contributo è stato definito dal gip "granitico riscontro e naturale completamento del compendio investigativo già raccolto". Madre e figlia erano già state destinatarie del provvedimento di fermo emesso lo scorso 26 aprile dalla Dda, nell’ambito dell’operazione "All Inside", che ha comportato l’arresto di ben 40 persone e la disarticolazione della potente cosca di ‘ndragheta. Alla Ferraro, i magistrati della Dda reggina contestano un ruolo di collegamento tra il marito detenuto Salvatore Pesce e gli altri membri del clan, sia detenuti (ad esempio il fratello Giuseppe Ferraro, il figlio Francesco Pesce classe ‘84), sia in libertà. Marina Pesce, invece, è accusata di avere svolto un ruolo di collega­mento e trasferimento di comunicazioni ed ordini tra il padre Salvatore ed il fratello Francesco cl. ‘84, entrambi detenuti e gli altri associati; in particolare, per avere svolto il ruolo di in­termediaria circa le specifiche disposizioni date da Salvatore Pesce e Francesco Pesce cl.’84 sui i destinatari e le modalità delle attività estorsive, nonché per avere partecipato all’attività di intesta­zione fittizia di beni e reimpiego dei capitali illeciti del gruppo criminale.In quella occasione, il gip di Milano, pur ritenendo sussistenti i gravi indizi di colpevolezza nei confronti di entrambe le indagate, le aveva rimesse in libertà, ritenendo insussistenti le esigenze cautelari.Con il provvedimento di fermo del 26 aprile 2010,la Dda di Reggio Calabria aveva mosso le stesse accuse anche a Giuseppina Pesce, la quale,però, nello scorso mese di ottobre, ha intrapreso un’intensa e proficua collaborazione con i magistrati, che ha portato significativi risultati investigativi, consentendo l’emissione di ulteriori provvedimenti coercitivi nei confronti di altri affiliati alla cosca Pesce, tra i quali anche gli stretti congiunti della stessa Giuseppina. Il provvedimento che oggi ha riportato in carcere la sorella e la madre della collaboratrice ripercorre gli aspetti salienti di una collaborazione che contiene "precise e circostanziate chiamate di correo anche nei confronti dei suoi più stretti congiunti (il padre Salvatore, la madre Angela, i fratelli Francesco e Marina), confermando il pesante quadro indiziario nei loro confronti". Giuseppina, sin dall’inizio, ha innanzitutto riconosciuto le proprie responsabilità, ammettendo di aver effettivamente svolto il ruolo di intermediaria tra il padre detenuto e gli altri sodali, circa disposizioni e direttive relative alle attività criminali della cosca, oltre ad essersi prestata a intestare fittiziamente attività commerciali, per eludere provvedimenti ablativi. Successivamente fornendo preziosi particolari ha ammesso l’esistenza della potente cosca di 'ndrangheta, operante sul territorio di Rosarno e con ramificazioni nel nord del paese; dalla posizione privilegiata di figlia del boss Salvatore (fratello di Antonino cl. 53, storico capo dell’omonima consorteria criminale), sorella di Francesco cl. 84, dedito alle attività estorsive gestite dalla famiglia; cugina di Francesco cl. 78, attualmente latitante, figlio di Antonino cl. 53 e temibile successore al vertice della cosca, ha ricostruito l’intero organigramma della potente famiglia mafiosa, descrivendo il ruolo di ciascun componente, compresi i suoi stretti congiunti; ha riferito circa le vicende relative alla successione al vertice della cosca, a causa della detenzione dello zio Antonino cl. 53, precedente capo indiscusso del gruppo; ha descritto l’ascesa al potere del pericoloso cugino Francesco cl. 78, sottrattosi al provvedimento coercitivo del 28.4.2010 e tuttora latitante; ha dettagliatamente indicato attività economiche riconducibili alla cosca mafiosa; ha contribuito a fare luce su una serie di omicidi riconducibili alla cosca mafiosa, tra cui quello di Annunziata Pesce - secondo quanto riferito dalla collaboratrice - uccisa dallo zio boss Antonino cl. 53 e dai fratelli Antonino e Rocco, detti “i sardignoli”, a causa di una relazione extraconiugale con un appartenente alle forze dell’ordine. Il ruolo svolto da Giuseppina all’interno della potente cosca mafiosa e lo stretto legame di sangue che la lega ai sodali hanno reso il contributo da lei fornito estremamente significativo, nell’ambito di una realtà criminale difficilmente penetrabile e poco permeabile a fenomeni collaborativi. Quanto riferito da Giuseppina ha trovato importantissime conferme negli esiti di attività di investigazione autonomamente svolte dai carabinieri e nell’attività di riscontro prontamente avviata, che ha consentito tra l’altro il rinvenimento di ben tre bunker, di cui uno all’interno dell’abitazione del latitante Francesco Pesce cl. 78. Le due donne arrestate dai carabinieri a Milano sono state immediatamente tradotte a Reggio Calabria, dove nei prossimi giorni sarà celebrata l’udienza preliminare che le vede imputate insieme ad altri 74 affiliati alla cosca Pesce (procedimento All Inside), per i quali la Dda reggina ha chiesto il rinvio a giudizio.

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