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lunedì 12 luglio 2010

REGGIO CALABRIA. L'operazione delle Fiamme Gialle "Les Diables"

REGGIO CALABRIA. I finanzieri del Gico del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Reggio Calabria, diretti dal maggiore Gerardo Mastrodomenico in stretto coordinamento operativo con lo Scico di Roma, al comando del generale di brigata Umberto Sirico, al termine di articolate indagini di polizia giudiziaria, coordinate dal procuratore della Repubblica Giuseppe Pignatone e dal sostituto procuratore della Repubblica Dda Beatrice Ronchi, in esecuzione di idoneo provvedimento ablativo, emesso dalla Sezione Misure di Prevenzione del Tribunale, a firma del presidente Vincenzo Giglio, hanno sequestrato un ingente patrimonio mobiliare ed immobiliare, in pregiudizio del noto imprenditore reggino Gioacchino Campolo (nella foto), 71 anni, ritenuto dagli inquirenti legato a vari esponenti della ‘ndrangheta cittadina. Le indagini hanno consentito di accertare che la costante ed inarrestabile ascesa nel panorama imprenditoriale reggino, da parte del noto imprenditore conosciuto come il “re dei videopoker”, in quanto monopolista per oltre trenta anni di quell’attività nella città di Reggio Calabria, era stata aiutata dai forti legami intrattenuti con note famiglie della criminalità reggina, quali Audino e Zindato. Sono stati proprio i presunti rapporti di Campolo con alcune cosche cittadine a essere scandagliati. Si parte dalla cosca Zindato, federata ai Libri e operante nel rione Modena: è lo stesso Campolo, in alcune discussioni intercettate, ad affermare di conoscere diversi soggetti appartenenti al sodalizio criminale. In una conversazione avvenuta a Roma, nell’ufficio di un professionista che gestisce una società riconducibile al Campolo, quest’ultimo ha vantato la conoscenza con uomini importanti del clan Libri, compreso il defunto patriarca don Mico: Campolo parla, inoltre, delle circostanze che portarono il padre a donare un terreno a Pasquale Libri, episodio confermato dalle successive indagini svolte. Ulteriori episodi collegano Campolo alla famiglia Zindato ed ai Libri: in una sala giochi della famiglia Zindato, ubicata nel rione Ciccarello, Campolo “piazza” le proprie macchinette. La sala, già direttamente gestita dagli Zindato, è stata poi formalmente acquisita da Giuseppe Barbaro, fratello di quel Domenico che andò a prelevare, a Prato, don Mico Libri che, per motivi di salute, aveva ricevuto il permesso di ritornare a Reggio Calabria. In un’altra intercettazione, l’imprenditore racconta di un progetto omicida ai suoi danni. Sarebbe stato addirittura Giovanni Tegano (boss arrestato poco tempo fa dalla Squadra mobile reggina, dopo una lunga latitanza) a volere la sua testa, per facilitare i propositi di un parente che voleva espandersi nel settore dei videogiochi. L’incaricato dell’omicidio sarebbe stato Mario Audino, reggente di San Giovannello, assassinato nel 2003: Campolo si salvò, ed è ancora lui a dichiararlo in un’altra conversazione intercettata, grazie all’intervento di Orazio De Stefano, appartenente all’omonima famiglia, originaria del rione Archi, ma egemone anche nel centro storico. D’altra parte, lo stesso Campolo si sarebbe sentito a rischio anche negli anni della guerra di mafia (1985-1991) arrivando a blindare ufficio, abitazione e persino l’autovettura. Quanto ai presunti rapporti col clan De Stefano sono stati presi in esame diversi episodi. Alcuni esempi: il contratto di locazione, per un negozio posto sul corso Garibaldi, firmato dalla cognata di Giuseppe De Stefano. Campolo non ha mai preteso alcuna somma di denaro, concedendo, di fatto, l’immobile a titolo gratuito. Così come non ha preteso alcun compenso da Natale Iannì, pregiudicato per reati minori, ma cugino di Paolo Rosario De Stefano (già Caponera) e conoscente di Donatello Canzonieri, ritenuto vicino al clan Tegano: Iannì ha usufruito gratuitamente per il proprio bar di un immobile di Campolo sito in via Possidonea. Ancora, in una conversazione intercettata la nuora di Campolo, avendone sposato il figlio Demetrio, si interroga sulla fine che avrebbero fatto i beni del “re dei videopoker” dopo la sua morte, indicando la cosca De Stefano come possibile beneficiaria. Gli ultimi riferimenti ai presunti rapporti di Campolo con la malavita organizzata riguardano Paolo Iannò, ex killer della cosca Condello e oggi pentito, e l’imprenditore Nino Princi, fatto saltare in aria a Gioia Tauro nel 2008. Le macchinette illegali di Campolo sono finite, anni addietro, nella paninoteca Marrakech di Gallico, riconducibile a Iannò, mentre Princi, genero di Domenico Rugolo legato all’omonima cosca di Castellace (nella Piana di Gioia Tauro) ha incontrato Campolo, poco prima del terribile attentato che lo ha ucciso, per discutere della collocazione dei videopoker all’interno di un centro commerciale a Rizziconi, presumibilmente il Porto degli ulivi. Ritornando ai fatti odierni, le investigazioni, di natura prettamente economico-patrimoniale, hanno permesso di individuare un incredibile patrimonio, intestato al Gioacchino Campolo ed ai suoi familiare e prestanome, rappresentato da ben 260 immobili (molti dei quali di pregio e valore artistico ed architettonico) siti a Reggio Calabria e Provincia, Roma, Milano, Taormina e Parigi, autovetture di lusso, e tre attività commerciali operanti nel settore immobiliare e dei giochi da intrattenimento. E’ stata, peraltro, accertata, una indiscutibile sproporzione tra l’ingente patrimonio individuato ed i redditi dichiarati dal destinatario del provvedimento e dei sui familiari, tale da non giustificarne la legittima provenienza. In particolare, le indagini hanno dimostrato, oltre alla notevole pericolosità sociale del Campolo, come l’attività della sua ditta, la Are sia stata esercitata, nel corso degli anni, in modo penalmente illecito, sotto i seguenti diversi e rilevanti profili: - in primo luogo, l’imprenditore, nella qualità di titolare della stessa ditta Are e di datore di lavoro di numerosi dipendenti, approfittando della difficile situazione del mercato del lavoro, ha costretto questi ultimi, con la minaccia larvata di licenziamento, ad accettare la corresponsione di trattamenti retributivi deteriori e non adeguati alle prestazioni effettuate e, più in generale, condizioni di lavoro contrarie alle leggi ed ai contratti collettivi (mancanza di corrispettivi per il lavoro straordinario, firma di buste paga indicanti importi superiori a quelli percepiti, mancata concessione di ferie, di emolumenti quali tredicesima, quattordicesima, ecc.); conseguendo, in tal modo, un ingiusto profitto con corrispondente danno per le persone offese;
- lo stesso Campolo, attraverso la collaborazione di importanti esponenti della criminalità organizzata locale - quali il defunto Mario Audino e Gaetano Andrea Zindato, boss emergente della cosca Zindato-Libri, dominante sul “locale” Modena - mediante atti estorsivi, ha imposto il noleggio dei propri apparecchi da gioco ai titolari degli esercizi commerciali presenti sul territorio di influenza della cosca egemone, compiendo, altresì, atti di concorrenza sleale (ai danni di imprenditori svolgenti analoga attività), che gli hanno consentito di raggiungere un vero e proprio monopolio nel settore in città e provincia;
- il “re dei videopoker”, infine, promotore e capo dell’associazione per delinquere formata da diversi fedeli soggetti di sua fiducia ed operanti all’interno della ditta Are, ha esercitato, in modo illecito, l’attività di gestione e noleggio di apparecchi da gioco, con particolare riguardo a quelli non collegati telematicamente con l’Aams, inserendo appositi marchingegni (attivabili mediante determinati movimenti di tasti e/o telecomandi o joystick) in grado di “trasformarli” in slot-machine, aventi insita la scommessa, o in grado di consentire vincite puramente aleatorie di un qualsiasi premio in denaro; tale attività ha consentito a Campolo, attraverso una contabilità “ufficiale” (trasposta negli statini giornalieri, nel libro giornale, nel bilancio e nelle dichiarazioni dei redditi della ditta Are) ed una “non ufficiale”, di perpetrare, ripetutamente negli anni consistenti frodi fiscali che gli hanno permesso, tra l’altro, di accumulare ingenti somme di denaro “in nero”, poi impiegate:
a) dallo stesso per acquistare, oltre che preziose opere d’arte, una impressionante quantità di beni immobili in Reggio Calabria, Roma, Milano, Parigi, intestati o a se stesso, o a sé unitamente alla moglie Renata Gatto, 61 anni, o formalmente intestati ai figli Ivana, 30 anni, Demetrio, 28 anni, Adriana, 26 anni, o ai nipoti Antonio Campolo, 35 anni, Maria Campolo, 34 anni;
b) dalla “Grida srl” (avente come soci i coniugi Campolo) e dalla S.r.l. “Sicaf srl” (costituita in Roma dal 1986 per l’acquisto e la gestione di un ingentissimo patrimonio immobiliare, avente come soci società fiduciarie costituite dal Campolo e dalla moglie). Il destinatario del provvedimento ablativo, arrestato all'alba del 13 gennaio 2009, è attualmente detenuto presso la Casa circondariale di Vibo Valentia, per i reati di estorsione aggravata dalla finalità di favorire le cosche di ‘ndrangheta della città di Reggio Calabria ed estorsione ai danni dei dipendenti della ditta Are. Nello scorso mese di giugno, la Procura ha richiesto, per Campolo ed un’altra dozzina di soggetti, il rinvio a giudizio per associazione per delinquere, riciclaggio, frode fiscale, intestazione fittizia di beni e falso. Complessivamente, il patrimonio sequestrato, il cui valore stimato ammonta ad oltre 330 milioni di euro, comprende:
- patrimonio aziendale e relativi beni di tre società, di cui 2 operanti nel settore immobiliare ed 1 nel comparto del gioco da intrattenimento;
- 260 immobili siti a Reggio Calabria (240 unità immobiliari sparse in città), Provincia, Roma, Milano, Taormina e Parigi;
- 3 veicoli commerciali;
- 7 autovetture di lusso;
- 6 motocicli (tra cui una Harley Davidson);
- innumerevoli rapporti bancari/postali/assicurativi, individuati in Italia ed in territorio francese.
ll Gico del Nucleo PT di Reggio Calabria è quotidianamente impegnato nell’aggressione alle organizzazioni criminali nella loro componente economica e finanziaria, connessa all’esercizio di attività illecite, al riciclaggio di denaro sporco ed al reimpiego dei proventi derivanti dai più disparati traffici di natura illecita. In particolare, proprio, la Guardia di Finanza, quale Organo di Polizia economico-finanziaria, sulla base di costanti e specifiche direttive del Comando Generale del Corpo sviluppa, contestualmente alle operazioni di polizia giudiziaria, la fondamentale attività dei sequestri di prevenzione che, resi molto più efficaci dalle modifiche normative introdotte nel 2008 e nel 2009, rappresentano, oggi, lo strumento di intervento più incisivo nella lotta alla criminalità organizzata. Aggredire i patrimoni criminali significa far perdere alla ‘ndrangheta il prestigio all’interno del proprio ambiente criminale, privandola del fondamentale strumento di condizionamento delle realtà socio economiche, tradizionalmente occupate e soffocate dall’indisturbata presenza delle loro risorse e del loro controllo. Un ulteriore segnale della pervasività della potenza delle organizzazioni criminali è data dal valore dei patrimoni da esse accumulati, che rappresentano il capitale necessario per realizzare i traffici da esse perpetrati.

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