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mercoledì 12 maggio 2010

Beni per 20 milioni di euro sequestrati dalla Finanza alla cosca Alvaro di Sinopoli

REGGIO CALABRIA. Beni per 20 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Guardia di finanza alla cosca Alvaro di Sinopoli. L’operazione, convenzionalmente denominata “Matrioska”, condotta dai finanzieri del Gruppo investigativo criminalità organizzata del Nucleo di polizia tributaria, in collaborazione con lo Scico di Roma, ha interessato beni mobili ed immobili ubicati a Roma ed in vari comuni della provincia di Reggio Calabria, principalmente riconducibili a Carmine Alvaro, 57 anni, capo carismatico del gruppo criminale, noto come “Carni i Cani”, già condannato per associazione mafiosa pluriaggravata e concorso in riciclaggio. I provvedimenti di sequestro, emessi dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Reggio Calabria su richiesta del procuratore distrettuale antimafia, Giuseppe Pignatone, hanno riguardato, nel loro complesso, tutti i sodali della cosca Alvaro condannati, lo scorso 7 aprile, dal Tribunale di Reggio Calabria a pesanti pene in seguito all’operazione “Virus”, condotta dall’Arma dei carabinieri nel corso del 2009 e coordinata dal sostituto procuratore Roberto Di Palma. Un contributo importante è derivato anche dal riascolto delle intercettazioni telefoniche eseguite dalla squadra mobile reggina in ordine alla cattura di Carmine Alvaro avvenuta nel 2005. Con i provvedimenti è stato disposto, inoltre, il sequestro di conti correnti bancari, postali e di prodotti assicurativi intestati allo stesso boss Carmine Alvaro, e a Domenico Alvaro, 73 anni, Felice Antonio Romeo, 48 anni, Maurizio Grillone, 38 anni ed ai rispettivi familiari conviventi. L’ingente patrimonio sequestrato, costituito complessivamente da numerosi terreni (per lo più uliveti, estesi per oltre 40 ettari) situati a ridosso dei comuni di Roma, Sinopoli e Seminara, 9 fabbricati ubicati a Reggio Calabria, Sant’Eufemia d’Aspromonte e Roma, 2 autovetture di grossa cilindrata (tra cui una un’Audi A3 V6 3.0 di recente immatricolazione) ed una azienda olivicola, è stato individuato grazie a complesse indagini di natura economico-patrimoniale che hanno consentito di svelare i reali proprietari della ricchezza, a fronte di intestazioni fittizie a soggetti terzi. Particolare non trascurabile è l’attenzione, da sempre, dedicata al possesso del terreno da parte della ‘ndrangheta. Terreni che spesso sono stati sottratti ai vecchi latifondisti attraverso l’intimidazione e senza il pagamento di alcun corrispettivo ovvero acquistati a prezzi bassissimi anche avvalendosi di contributi all’agricoltura nell’ambito della Politica Agricola Comune. Le investigazioni, avviate a partire dalla ricostruzione storica dei nuclei familiari degli Alvaro e proseguite poi con la disamina di centinaia di negozi giuridici e di altrettanti atti giudiziari che hanno riguardato, nell’ultimo decennio, la stessa consorteria criminale, hanno evidenziato la assoluta sproporzione tra i redditi dichiarati nell’ultimo ventennio dal boss Carmine Alvaro, dai suoi familiari e dagli altri soggetti coinvolti nell’operazione, rappresentati da modesti emolumenti percepiti, sino alla fine degli anni ’90, dall’Afor e dall’Inps, ed il cospicuo patrimonio immobiliare rinvenuto. Evidentissima la posizione del figlio di Carmine, Domenico 33 anni, attualmente recluso presso la Casa circondariale di Padova, che seppur in “totale assenza di redditi”, è risultato, di fatto, proprietario, nel Comune di Roma, di un intero edificio, costituito da 3 piani fuori terra (ciascun piano esteso per oltre 300 mq), totalmente “abusivo”, nel frattempo, divenuto di proprietà del Comune di Roma a seguito di espropriazione forzosa. Si tratta, più nel dettaglio, di un fabbricato costruito su un terreno, sito nella periferia est di Roma, formalmente acquistato nei primi anni ’90 da una anziana parente di Domenico Cutrì, cl. ‘72, (marito di Grazia, figlia del boss Carmine Carmine), balzato alle cronache nazionali nell’autunno del 2008 allorquando fu ucciso, all’età di 38 anni, nei pressi del cimitero di Sinopoli da un giovane compaesano, probabilmente per motivazioni banali. Proprio in tale tragica circostanza emerse nuovamente la forza criminale degli Alvaro considerato che il giovane assassino del genero del boss, resosi latitante, fu rinvenuto morto per colpi di arma da fuoco nella campagna romana poche ore dopo il barbaro omicidio. Proprio Domenico Cutrì sembrava essere stato destinato dal suocero, già prima di convolare a nozze con la figlia del boss, alla gestione degli affari patrimoniali della famiglia. Infatti, in una conversazione registrata nel gennaio del 1997 all’interno di un’autovettura uno dei figli di Carmine Alvaro parlando con un cugino diceva testualmente, riferendosi a Domenico Cutrì, «…lui invece può fare…per tutta la famiglia…lui è mio cognato, mio padre gli da la terra a lui…perché lui non ha precedenti, non ha niente, …fra due tre mesi si sposa…». Anche Maurizio Grillone, commercialista di Reggio Calabria, ritenuto la “mente” finanziaria della cosca Alvaro-Carni i Cani, ha manifestato un eccessivo dinamismo nelle acquisizioni immobiliari, risultando proprietario, in netto contrasto, per evidente sproporzione, rispetto alla condizione reddituale propria e dei suoi familiari, di quattro prestigiosi appartamenti nel capoluogo reggino (quartiere Santa Caterina, via De Nava e via Rausei). Gli sforzi sinergicamente condotti dalla magistratura e dalla Guardia di finanza per giungere all’operazione di oggi riaffermano, ancora una volta, l’importanza dell’aggressione ai patrimoni illecitamente accumulati dalla criminalità organizzata, quale arma efficace per contrastarne il potere e tutelare il fragile tessuto economico reggino.

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