
ROSARNO. Negli occhi hanno ancora il terrore, sul corpo i segni indelebili delle spranghe e dei pallini dei fucili da caccia, nelle parole la disperazione di chi non solo ha rischiato di morire ma ha, anche, perso la possibilità di racimolare quei pochi euro da spedire ai familiari rimasti in Guinea, Nigeria, Togo. «
Volevano farci male veramente, ammazzarci tutti. Ma noi siamo venuti qui solo per lavorare, non chiedevamo e non vogliamo altro». Omar, Ibrahim, Mohammed (ma non sono i loro veri nomi) stanno nei loro letti del reparto chirurgia dell'ospedale di Gioia Tauro, sono i feriti 'gravi' della rivolta di Rosarno: Omar, che viene da quel Togo che si è appena ritirato dalla Coppa d'Africa dopo l'assassinio del suo allenatore e del vice, ha l'inguine crivellato di pallini; Ibrahim e Mohammed, partiti dalla Guinea, hanno invece le gambe che a guardar le lastre sembrano una groviera.

Hanno una cinquantina di buchi per uno, pallino più pallino meno. «
Non li possiamo estrarre - dice uno dei medici che li ha in cura -
devono essere il corpo ad espellerli, ma il rischio è che facciano infezione. Certo difficilmente torneranno a camminare come prima». Da quando sono all'ospedale a trovarli è andata, questa mattina, solo una delegazione dell'Unhcr, l'Agenzia dell'Onu per i rifugiati. «
Perche? Perche' ci hanno sparato? non avevamo fatto nulla», continuano a ripetere dal loro letto, dove sono arrivati senza più nulla, solo con i vestiti sporchi e insanguinati che avevano indosso quando sono stati aggrediti. Omar è uno dei due immigrati che, suo malgrado, ha dato il via alla rivolta di giovedì sera. Lui la racconta così: «
Stavo tornando dal supermercato quando si è avvicinata una macchina. Mi hanno chiamato: 'ehi nero'.
Io mi sono girato e loro mi hanno sparato. Non avevo fatto nulla. Non ho capito nulla. So solo - aggiunge quasi vergognandosi -
che ora non potrò più mandare i soldi a casa. E loro non sanno come fare senza di me». Ibrahim e Mohammed sono invece i 'gambizzati' di ieri quando, dopo la rivolta, alcuni abitanti di Rosarno hanno iniziato la caccia all'immigrato. Vivevano in un casolare isolato in mezzo agli agrumeti: «
Eravamo nel cortile di casa - raccontano -
ci hanno sparato con un fucile da caccia ma noi non li abbiamo neanche visti. Abbiamo soltanto sentito il rumore dei colpi e subito dopo un dolore alle gambe». La loro disperazione cresce quando raccontano che erano arrivati a Rosarno da meno di venti giorni, che nei campi c'erano stati poco e che con la rivolta non c'entrano nulla. «
Abbiamo lavorato due-tre giorni a settimana, non c'è lavoro per tutti gli immigrati che ci sono, e così abbiamo fatto pochi soldi. Anzi, l'ultima settimana non ce l'avevano neanche pagata». A Geondin i soldi invece glieli avevano dati, ma chi lo ha aggredito prendendolo a sprangate in testa glieli ha rubati tutti.

«
Mi hanno aggredito in otto, volevano ammazzarmi, sono vivo per miracolo» racconta il ragazzo arrivato dalla Nigeria, sorretto da due infermieri che questa mattina l'hanno riportato all'ex Opera Sila per prendere le sue cose, con ancora indosso la maglietta azzurra schizzata di sangue e una vistosa benda in testa, intrisa di sangue anche quella. «
Mi hanno sottoposto ad una violenza incontenibile - prosegue ancora terrorizzato e sofferente -
e io non sapevo come difendermi, anche perchè ero solo. Ho visto la morte negli occhi, li ho supplicati di smetterla ma mi hanno colpito ripetutamente. E' un miracolo che ne sia uscito vivo. Ma perchè tanta violenza?». Già, perchè?.

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